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Wolfgang Huemer, I poeti sono «mentitori per professione»? Il valore cognitivo della letteratura [Are Poets «Liars by Profession»? The Cognitive Value of Literature]
Fin dall’antichità esiste una tensione tra filosofia e letteratura, a cui David Hume ha dato voce dicendo che i poeti sono «mentitori per professione»: i testi letterari, in quanto opere di finzione che parlano di persone che non sono mai esistite e di eventi che non sono mai accaduti, non contengono proposizioni vere. Ciò implica, però, che essi sono privi di qualsiasi valore cognitivo. Questo articolo cerca di mostrare che tale atteggiamento anticognitivista si basa su una concezione errata del progresso cognitivo, che lo riduce a un accumulo di dati. Quando apprendiamo da un testo letterario, invece, è perché esso ci offre nuove prospettive, approfondisce la nostra comprensione o ci invita a riflettere e ad arrivare a conclusioni nostre.
There is an old tension between philosophy and literature that has been brought to the point by David Hume who stated that poets are «liars by profession». Literary texts, as works of fiction that talk about people who have never lived and events that have never taken place, do not contain true propositions and hence do not have any cognitive value. This article aims to show that the anticognitivistic argument is based on a false conception of cognitive progress, which reduces learning to the acquisition of information. We can learn from literary texts, however, because they offer new perspectives, deepen our understanding and invite us to reflect and arrive at our own conclusions.
Barbara Carnevali, L’osservatorio dei costumi. Sul rapporto fra letteratura e filosofia morale [The Custom Observatory. On the relationship between literature and moral philosophy]
Fra i continenti immensi ed estremamente diversi della letteratura e della filosofia si estende la ‘terra di mezzo’ della realtà umana. Quando si confrontano con questo oggetto condiviso, letteratura e filosofia assumono un’attitudine analoga, di tipo mimetico-fenomenologico: la loro vocazione comune diventa quella di rappresentare i ‘costumi’, ossia le modalità infinitamente diverse e mutevoli in cui si manifestano le forme di vita, individuali e collettive. Già Aristotele aveva indicato nella mimesis dell’ethos uno dei compiti fondamentali della poesia, riconoscendo quindi l’innata sostanza etica della letteratura e il suo interesse per la conoscenza morale. Appoggiandosi alla sua autorità, attraverso un percorso che va dai commentatori cinquecenteschi della Poetica al romanzo realista dell’Ottocento, l’articolo propone di riflettere sul rapporto fra letteratura e costumi, alla luce di un’idea di filosofia morale fondata sulla ricchezza e la profondità della conoscenza fenomenologica delle forme di vita.
Human reality could be seen as a ‘middle-earth’ that lies between two boundless and extremely different continents: the continent of literature and the continent of philosophy. Human reality is therefore what philosophy and literature have in common: facing this subject they start taking a similar attitude, of a mimetical-phenomenological kind. Their mission becomes now to show ‘customs’, that are the infinitely different and changeable manners in which individual and collective life manifests itself.
Aristotle had already indicated the mimesis of ethos (imitation of ethics) as one of the fundamental goals of poetry: he recognized then the ethical nature of literature and its interest for the moral knowledge. The article is grounded on Aristotle’s authority and intends to reflect upon the relation between literature and customs, keeping in mind an idea of moral philosophy grounded on richness and depth of the phenomenological knowledge of life-forms. The path followed by the article starts from the 15th century commentators of Aristotle’s Poetic and arrives to the realist novel of the 19th century.
Andrea Inglese, Romanzo e individualismo. Una genealogia dell’homo clausus [Novel and individualism. A genealogy of homo clausus]
L’articolo esplora i rapporti che sussistono fra l’ideologia individualistica e il genere romanzesco, inteso come la forma simbolica privilegiata, all’interno della quale fra Ottocento e Novecento si elaborano e si mettono alla prova criticamente modelli differenti di individualità. Il sociologo Norbert Elias, in un saggio fondamentale di analisi dell’individualismo, La società degli individui (1987), ha mostrato come sia fuorviante l’idea che possa esistere un ‘io’ formato prima e al di fuori del ‘noi’. Un modo per comprendere, però, come e perché una tale immagine errata si sia diffusa, consiste nel ricostruire la genealogia romanzesca di questo modello di individualità. Ed è ciò che questo intervento si propone di fare, segnalando alcune tappe di tale evoluzione in autori quali Rousseau, Stendhal, Flaubert, Stevenson, Pirandello.
The article intends to explore the relationship between individualistic ideology and novel: here novel is intended as a particular symbolic form, in which many different models of individual are elaborated and tried out, in particular between XIX and XX century. Norbert Elias, the sociologist, had already discussed the question in a fundamental essay on individualism (The society of individuals, 1987), where he had shown that the idea of an ‘I’ existing regardless of the idea of an ‘us’ was completely misleading. This article tries to rebuild the genealogy of this wrong image of individual through the history of novel: perhaps it would be a way of understanding how and why this model of individual is now so widespread. The evolution of homo clausus in literature gets trough different stages, and we will point them out reading authors as Rousseau, Stendhal, Flaubert, Stevenson and Pirandello.
Ferruccio Andolfi, Le allegorie di José Saramago [Saramago’s Allegories]
A partire dagli anni novanta i romanzi di Saramago assumono una funzione marcatamente riflessiva, ricorrendo a parabole che illustrano grandi temi sociali ed esistenziali: l’insensatezza della società competitiva, il cinismo del potere, la paura della massificazione, le capacità di resistenza di piccoli gruppi umani legati da affetti primari, la fuga ossessiva dalla morte. I romanzi non costituiscono però semplici trascrizioni didascaliche di convinzioni precostituite. Le ‘soluzioni’ offerte immaginativamente dalla narrazione raggiungono un’evidenza e una forza persuasiva che le corrispondenti spiegazioni analitiche o argomentative non possiedono. La filosofia può segnalare tuttavia la parzialità di queste verità romanzesche e tentare di comporle in un insieme relativamente coerente.
Since the ninties Saramago’s novels have assumed a pronounced reflexive function, employing allegories which clarify great social and existential themes: the senselessness of the competitive society, the cynicism of power institutions, the fear of massification, the capacities to resist of little human groups bound by primary affects, the obsessive escape from death. However, the novels are not simple didascalic transcriptions of preformed convinctions. The «solutions» provided imaginatively by narrations reach an evidence and persuasiveness which the corresponding analitical or argumentative explanations don’t possess. Philosophy can nevertheless point out the partiality of these fictional truths and try to compose them in a enough consistent whole.
Antonio Prete, La vita e le forme: miraggi, corrispondenze [Life and forms: mirages and correspondences]
Il breve saggio riflette sul dialogo tra poesia e filosofia a partire dalla loro comune relazione con la vita, ma privilegiando l’orizzonte della poesia, intesa come speculum dove pensiero ed esistenza si confrontano trasformandosi in linguaggio metaforico. La poesia, dunque, espone il pensiero come forma – ritmo, misura, musica –, mentre la filosofia espone la forma come pensiero – interrogazione e ricerca –. Poesia e filosofia, accogliendo e pensando la vita, sperimentano il limite, che per la poesia prende il nome di silenzio, per la filosofia quello di enigma.
This brief essay reflects upon the dialogue between poetry and philosophy starting with their common relation with life, but favouring poetry as a speculum (mirror) where thought and existence confront each other, changing into metaphorical language. While poetry expresses thought as shape –using tools as rhythm, measure, music–, philosophy expresses shape as thought – using the tools of question and research –. Therefore poetry and philosophy, greeting life and thinking about it, are both testing the limit, which is called silence in poetry and enigma in philosophy.
Stefano Raimondi, Ingeborg Bachmann e Paul Celan. Progettualità poetiche e architetture etiche [Ingeborg Bachmann and Paul Celan. Poetical planning and ethical architectures]
Ingeborg Bachmann e Paul Celan, due poeti che hanno saputo come affrontare il linguaggio poetico partendo da un’istanza etica e giungendo a un’architettura progettuale di alto profilo filosofico. Poesia e filosofia vengono qui indagati come due ambiti inconciliabili ma collaboranti. Il poeta arriva dove il filosofo si arresta. Entrambi hanno saputo come presenziare la Storia (il ‘qui e ora’) e annunciare il ‘non ancora’ del futuro, attraverso il linguaggio scelto della poesia, rendendosi fautori di un percorso autonomo e particolare. Nel tempo della povertà, nel secolo di Auschwitz e dell’esilio, entrambi hanno saputo come procedere nonostante tutto e nonostante il veto adorniano. In loro la poesia ha realizzato un evento morale, rimanendo lirica là dove erano urla a farle eco.
Ingeborg Bachmann and Paul Celan are two poets who knew how to use poetic language to build a remarkable philosophical architecture on the basis of an ethical stance. Poetry and philosophy are here explored as irreconcilable and yet interacting fields. The poet gets where the philosopher halts. Both were capable of inhabiting history (“the here and now”) and announce the “not yet” of the future by means of the selected language of poetry. Both advocated an autonomous and personal path of development. In times of poverty, in the century of Auschwitz and of the exiles, they both knew how to go on in spite of everything and notwithstanding Adorno’s veto. A moral event took place in their poetry, which stayed lyrical while it was echoing with howls.
Stanley Cavell, Conoscere e riconoscere [Knowledge and acknowledgment]
Scritto in forma di risposta estesa a saggi di Norman Malcolm e di John Cook, il testo di Cavell tematizza la necessità di introdurre una particolare area del concetto di conoscenza denominata riconoscere. Cavell prende le mosse dalla relazione tra filosofia del linguaggio ordinario e scetticismo, spiegando perché l’appello a ciò che diciamo ordinariamente non possa rappresentare una confutazione delle preoccupazioni scettiche sulla conoscibilità delle menti altrui. Il limite dell’antiscetticismo esemplificato dalle analisi grammaticali (del dolore) di Malcolm e Cook, è che in esse si sorvola su un aspetto essenziale: la nostra risposta al comportamento di dolore (altrui). Conoscere il dolore degli altri significa non tanto determinare in quale stato effettivamente si trovino, ma nel rispondere alla pretesa che il comportamento di chi soffre esercita su di noi. La tesi di Cavell non è normativa, come se occorresse prestare sempre una risposta empatica. Il concetto di ri-conoscimento è piuttosto una categoria nei termini della quale una data risposta alla presenza altrui può essere analizzata.
Cavell’s text was written as an extensive reply to Norman Malcolm’s and John Cook’s essays. Here Cavell looks at the need to introduce a new area within the concept of knowledge, known as acknowledgement. Starting from the relationship between ordinary language philosophy and scepticism, he tries to explain why the appeal to ordinary language is not enough to refute sceptical worries about the knowability of other minds. The anti-sceptical position, illustrated by Malcolm and Cook with the grammatical analysis (of pain), has a significant limit: it passes over our reply to other’s pain behaviour, which is an essential aspect instead. To know other people’s pain doesn’t mean to determine exactly their state of mind, but to reply to the claim we receive from their pain behaviour. Cavell’s theory is a non-normative one, so there’s no need to see the empathic reply as something we’re obliged to accomplish. The concept of acknowledgement is rather a kind of category, in which we can analyse our reply to other people’s pain behaviour.
Vincenzo Mele, Paradossi dello stile nella cultura globale. Un’analisi simmeliana [Paradox of style in the global culture. A Simmelian analysis]
Il concetto paradossale di stile della vita in Georg Simmel ci permette di comprendere diversi aspetti dell’esistenza degli individui nella società contemporanea. Da un lato rende possibile analizzare la ‘estetizzazione della vita quotidiana’ che caratterizza l’attuale cultura del consumo globale. Dall’altro ci aiuta a comprendere aspetti della partecipazione del soggetto alla vita politica e sociale, non inclusi nel tradizionale concetto di cittadinanza. Tale prospettiva diviene chiara se il concetto di stile della vita è interpretato con il significato di legge individuale: un principio etico quotidiano che fornisce un senso (sia pure precario e provvisorio) alle sfere di vita altrimenti separate della modernità razionalizzata.
Georg Simmel had a paradoxal concept of style of life, that enables us to understand many different aspects of individual’s existence in the contemporary society. On the one hand we can use this concept to analyse the “aesthetization of everyday life”, that is characteristic of the global consumer culture. On the other hand the Simmelian concept of style of life helps us to understand some different ways of individual participation in political and social life, ways that are not usually included in the traditional concept of citizenship. Such a perspective becomes clear if we consider the style of life as an individual law or an ethical principle for everyday life. Style of life becomes therefore a principle that helps us to give meaning (although frail and transitional) to some life-spheres that otherwise would be parted from rationalized modernity.
Rino Genovese, Il caso Schopenhauer: teoria come negazione della vita [Schopenhauer case: theory as negation of life]
In origine redatto per un convegno internazionale in Francia “Vie philosophique, vies des philosophes”), l’articolo tratta dell’intima connessione fra la morale ascetica di Schopenhauer e la sua vita, la cui cifra fu l’interminabile e aspra polemica con la filosofia accademica.
Originally written for the French international convention: “Vie philosophique, vies des philosophes”, the article discusses the close connection between Schopenhauer’s ascetic moral and life. We can easily see this connection in the endless controversy carried forward by Schopenhauer against academic philosophy.
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