Loredana Sciolla, Dimenticare l’identità o le concezioni riduzioniste dell’identità? Note sulle oscillazioni di un concetto [Should We Forget Identity or the Reductionist Conceptions of Identity?]
Il saggio ricostruisce a grandi linee la storia semantica del concetto di identità. Quando fu utilizzato dalle scienze sociali, servì a rappresentare in termini nuovi il rapporto inividuo/società. Dagli anni sessanta i sociologi hanno sottolineato il suo carattere socialmente costruito, e attivisti dei movimenti nazionalisti e femministi hanno sostenuto la natura fissa, unitaria, essenzialista delle identità collettive. La concezione primordialista dell’identità, sostenuta dai conflitti etnici degli anni ottanta e novanta, è stata contestata dalle critiche del pensiero postmoderno. In seguito all’influenza del post-strutturalismo, il sé è stato concepito come mera illusione linguistica. Perciò molti studiosi pensano che l’identità sia troppo ambigua, troppo divisa tra ‘essenza’ e ‘finzione’ per rispondere efficacemente alle domande dell’analisi sociale, e propongono di abolirla dal vocabolario delle scienze sociali. La tesi principale del saggio è, invece, che il concetto di identità sia ancora uno strumento indispensabile della teoria sociale, purché concepito come una categoria analitica con un carattere multidimensionale.
The paper outlines the semantic history of the concept of identity.When it came into use as a social-science terme, it was ideally adapted to talking about the relationship of the individual to society in a new way. By the 1960s sociologists emphasized its social constructed character, and activists of cultural nationalist and feminist movements of the 60s and 70s stressed the fixed, unitary, essentialist nature of collective identities. The primordialist conceptione of identity, supported by the ethnic conflicts of the 80s and 90s, was challenged by postmodernist critiques. As a result of the influence of poststructuralism, the self was conceived as a merely a fiction of language. Therefore many scholars think that identity is too ambiguous, too torn between ‘essence’ and ‘fiction’, to serve well the demands of social analysis. They suggest that identity should be written out of the social analysis.On the contrary, the paper’s main thesis is that identity is still an indispensable tool of social theory, provided that it is conceived as an analytical category with a m
ultidimensional character.
Annamaria Rivera, Strategie identitarie e rapporti di potere [Identity Strategies and Power Relations]
La nozione di identità conosce una gran fortuna da alcuni decenni. Solitamente aggettivata come culturale o etnica, è parola chiave delle più varie retoriche. Se si passa dal piano dei discorsi a quello delle pratiche sociali, si può constatare che le politiche identitarie sembrano essere il risvolto dei processi di uniformazione culturale determinati, incrementati o favoriti dall’insieme di processi denominati ‘globalizzazione’. Esse sono state favorite anche dal fatto che negli anni più recenti le istituzioni internazionali hanno posto l’enfasi sulla tutela dei diritti delle minoranze e dei ‘popoli indigeni’, che dal canto loro tendono spesso a coltivare la retorica dell’unicità e ineffabilità della propria identità ‘tradizionale’ e nel contempo ad aderire all’idea della sua cosificazione e misurabilità. Per de-reificare e de-essenzializzare il concetto di identità conviene, da una parte, considerare che il tema dei processi e delle strategie identitarie non può essere isolato da quello delle gerarchie di status, di classe, di genere e dalla grande questione dei retaggi del colonialismmo e dell’attualità dei rapporti neocoloniali; dall’altra, è opportuno considerare che all’origine del processo di costruzione sociale dei confini fra l’identità e l’alterità solitamente non vi sono differenze culturali effettive o rilevanti.
In recent times, the word “identity” has became central to an increasing range of public discussions. Usually followed by adjectives such as “cultural” or “ethnic”, “identity” is a powerful keyword for many different rhetorical discourses. Shifting from the level of theoretical analysis to that of social practices, it is quite clear that public policies based on “identity” are the other side of the coin of cultural global processes that tend to minimize the relevance of differences among people. Moreover, those policies have been favored by international organizations, whose first global aim seems that of supporting the rights of minorieties and natives, who, on their side, tend to cultivate the idea of the unicity of their own identities, believing, at the same time, in the reification and measurability of the concept of identity. In order to “un-reify” the idea of identity two strategies are still possible. The first one consisting in considering the theme of identity deeply connected to the important issues of hierarchical status, class, sex and above all to the legacy of colonialism. The second one stressing the fact that there is no evidence of huge or relevant cultural differences at the basis of the process of social construction that leads to divide identity from alterity.
Anna Ferruta, Perché la ricerca di unicità ha tanto successo? A proposito di Identità e violenza di Amartya Sen [Why is Search for Unicity so Sought-after?]
Il saggio analizza il passo di Sen sull’omicidio di Kader Mia: il soggetto annienta l’oggetto. In questa situazione non conta chi sia l’oggetto, poiché il soggetto che commette l’omicidio è sospinto dal bisogno di affermare la sua fragile e minacciata identità. Ognuno ha bisogno di sentirsi unico: l’unicità non è un’illusione, ma un processo che si costruisce per tutta la vita, vivendo nell’area dello spazio potenziale. Una dimensione spazio-temporale è necessaria per costruire un’identità unica, e la violenza è un mezzo per evitare questo processo usando identità già fatte, tacitando la voce dell’altro, la voce della ragione e delle parti non conosciute di se stessi.
The author analyzes the Sen’s passage on Kader Mia omicide: the subject annhilates the object. In this situation it doesn’t matter who the object is: the subject who commits omicide is compelled by the need to assert his threatened and fragile subjectivity. Everybody needs to feel unique: unicity is not an illusion, but a process that is bing built up all life long, living in the psychic area of potential space. A time and space dimension is necessary to construct a unique identity: violence is a way to avoid this process using ready-made identities, silencing the other’s voice, the voice of reason and of unknown parts of ourselves.
Dimitri D’Andrea,Identità religiosa e coercizione politica nel Leviatano di Hobbes [Religious Identity and Political Coercion in Hobbes’ Leviathan]
Il saggio illustra le ragioni alla base di quella tradizione politica che indica in un raffinamento culturale delle strategie della paura la soluzione dei conflitti mortali che minacciano la vita sociale, e si spinge oltre, a indagare la corposa sezione del Leviatano che affronta questioni religiose, cioè quell’area della vita umana in cui i conflitti non riguardano i beni morali bensì la diversità di opinioni relative alle condizioni della salvezza. Qui gli strumenti della violenza politica risultano inservibili e si rende necessario ‘persuadere’ gli individui della compatibilità fra obbedienza al sovrano e obbedienza a Dio.
The paper examines the foundations of a political tradition according to which culturally sophisticated strategies of fear represent the most powerful tool to resolve social conflicts. Moreover the paper focuses on that part of Leviathan, dealing with religious issues, with that side of human life where conflicts stem from the variety of opinions regarding the conditions of salvation. In this case the tool of political violence is not useful. Hobbes thinks that this kind of conflicts can be resolved only if all the individuals involved will be persuaded of the consistency between obedience to the King and obedience to God.
Aldo Meccariello, Le macerie di Ilio e la promessa di Enea. Note su potere e violenza in Hannah Arendt [The Ruins of Ilio and the Promise of Enea. Notes on Power and Violence on Hannah Arendt]
Il saggio intende raccogliere un’intuizione di Paul Ricœur, che nella celebre Prefazione a The Human Condition afferma che Hannah Arendt appoggia tutto il suo percorso teorico sul riconoscimento di un fallimento filosofico dei Grecie sulla necessità di un altro luogo e di un altro inizio. Si tratta di un fallimento anche politico, se si analizza la lettura arendtiana della guerra di Troia e dei suoi esiti distruttivi. Elogiando invece la civiltà romana e il suo fondatore Enea, che rifonda in terra italica uno spazio nuovo tra popoli diversi, Arendt crede di scorgervi un’origine e un modello non contaminati di potere e violenza. Ma è pensabile un’origine non violenta? Si può fondare una comunità politica sulla libertà? Sono questi i nodi, tuttora irrisolti, del pensiero arendtiano.
The thesis of this paper is to follow Paul Ricœur’s suggestion when in his well-known Preface to The Human Condition he advocates that H. Arendt based the core of her theories on her detection of a philosophical failure by the Greecs and on the need for a new beginning in another place. This was also a political failure in view of Arendt’s interpretation of the Trojan war and its destructive outcome. On the other hand, by praising Roman civilisation and its founder aeneas, who was able to escape the ruins of Troy and to found a new model and origin that were not spoilt by power and violence. But can a non-violent origin really exist? Can a political community be based on freedom? These are the unsolved knots of Arendt’s philosophy.
Federico Leoni,Corpo violenza istituzione in Franco Basaglia [Body, Violence and Institution in Franco Basaglia’s Writings]
Il saggio intende sviluppare una fenomenologia della violenza, a partire dagli Scritti di Franco Basaglia, che ha studiato il problema della violenza nell’istituzione psichiatrica e ha riflettuto sulla questione in una prospettiva fenomenologica. La sua tesi fondamentale è stata che la violenza dell’istituzione consista in una sostituzione e in un’alienazione. Il corpo vissuto, l’identità originaria di una persona, le sue esperienze e i suoi pensieri sarebbero rimpiazzati da quelli dell’istituzione, che diverrebbe così il ‘corpo’ di quella persona. La fenomenologia di Basaglia traccia quindi, al seguito di Husserl, un’opposizione netta tra esperienza vissuta e istituzione, soggettività e segno sociale, identità privata e marca culturale. Possiamo tuttavia accogliere questa opposizione tanto semplice e trasparente? E in caso negativo, se la violenza non potesse essere descritta come la semplice irruzione dell’istituzione nello spazio del soggetto, se questa irruzione dell’Altro fosse anzi costitutiva del soggetto stesso, come pensare la violenza? Come definire una ‘politica’ di questa violenza originaria?
This essay tries to develop a phenomenology of violence. Its approach is based on the Writings of Franco Basaglia, who studied the phaenomenon of violence in the psychiatric institutions and reflected on this issue from a phenomenological point of view. His main theses was that institutional violence means substitution and alienation. The lived body, the originary identity of a person, his experiences and thoughts are replaced by those of the institution. The institution itself becomes the ‘body’ of that person. Basaglia’s phenomenology thus traces, with Husserl, a neat opposition between lived experience and institution, subjectivity and social sign, private identity and cultural mark. Can we trust this simple and transparent opposition? And if violence cannot be described as an irruption of the institution in the subject’s space, if this irruption of the Other is constitutive of the subject itself, how to define violence? And how to define a ‘politics’ of this originary violence?
Gian Luca Barbieri,Parola e verità. La costruzione narrativa del mondo e del sé [Word and Truth. The Narrative Construction of the World and of the Self]
La narrazione autobiografica consente all’autore di costruirsi un’identità che non necessariamente corrisponde a una presunta verità esterna. Intersecando la prospettiva narrativa, quella psicoanalitica e quella semiologica, emerge un concetto di verità diverso da quello tradizionale di aderenza a dati esterni e oggettivi. Attraverso la narrazione l’autore reale costruisce un’immagine di sé che si riflette nell’autore implicito, nel narratore e nel personaggio. Il referente autentico è il mondo interno dell’autore e non la realtà esterna e condivisa. La nozione di verità si relativizza anche di fronte al gioco di presupposizioni, di ruoli, di identificazioni, di strategie per il controllo emotivo e mentale della situazione condivisa con il destinatario del testo.
The autobiographical narration allows the author to build an identity which doesn’t necessarily correspond to a presumed external truth. A concept of truth different from the traditional one linked to external and objective data comes out by intersecting the narrative, psychoanalytic and semiological perspectives. Trough the narration, the real author creates an image of his self which is reflected in the implicit author, in the narrator and in the character. It is the inner world of the author and not the pragmatic reality the real referent. The sense of truth relativizes along with the play of presumptions, of roles, of identifications, of strategies in order to emotional and mental control the situation shared with the reader both emotionally and mentally.
Amartya K. Sen, La nonviolenza di Gandhi oggi [The Actuality of Mahatma Gandhi’s Teaching of Non-violence]
L’articolo illustra le ragioni che rendono l’insegnamento di Gandhi ancora straordinariamente attuale. Particolare rilievo assume, innanzitutto, il riconoscimento all’essere umano del diritto a esplorare e coltivare tutte le sfaccettature della propria identità, senza doverla costringere nelle anguste gabbie dell’etnia religiosa, dunque l’esigenza di costruire società che siano realmente complesse e condivise, non solo composite e frammentate. In secondo luogo, emerge il valore essenziale della moralità, strumento base per l’affermazione della nonviolenza e della democrazia, la cui carenza mina molte delle odierne lotte portate avanti proprio in nome della democrazia e della libertà.
The enclosed article expounds the reasons why the teaching of Mahatma Gandhi is still extraordinarily actual. Particularly relevant is the right, inherent to human beings, to explore and develop each and every aspect of their identities, not having to restrict themselves to the ethnic and religious ones; thus the need to build truly complex and value-sharing societies and not just composite and fragmented ones. Secondly, the essential value of morality, a fundamental instrument in the accomplishment of democracy and nonviolence, stands out; its want is seen as undermining many current struggles, apparently conducted in the name of democracy and freedom |